domenica 21 gennaio 2018

Free Nuriye and Semih

Free Nuriye and Semih
Gio / Mariagrazia Quaranta



Nuriye Gulmen, docente universitaria, e Semih Ozakca, insegnante di scuola primaria, sono da sei mesi in sciopero della fame contro le epurazioni di Erdogan.

Alcuni dei tanti disegni per Nuriye e Semih
dal gruppo di  FB
SUPPORT FROM WORLD CARTOONISTS TO NURIYE AND SEMIH!





#NuriyeSemih
SILVANO MELLO/BRAZIL


OLEKSY KUSTOVSKY/UKRAINE



ISMAIL DOGAN / BELGIUM
" We are All #NuriyeSemih ! "

Erdogan Karayel
22/01/2018






Nuriye e Semih insegnanti, come già disegnatoOggi per il manifesto.
Oggi, venerdì 20, ci sarà il processo a Nuriye e Semih insegnanti simbolo delle purghe erdoganiane post-Golpe. Attivisti dei diritti umani, giornalisti e avvocati partiranno oggi dall’Italia per seguire il processo. Auspicherebbero che la nostra rappresentanza diplomatica in Turchia fosse presente all’udienza. Fino ad ora è stata presente la sola rappresentanza diplomatica canadese. Sempre dalla prima pagina, il reportage di Dimitri Bettoni.
Nuriye e Semih insegnanti, in Turchia
Mauro Biani


MARCO DE ANGELIS/ITALIA




VASCO GARGALO/PORTUGAL

giovedì 18 gennaio 2018

Mostra e premiazione della XXXIII Edizione di Humour a Gallarate "On the Road"



HUMOUR A GALLARATE 2018
In occasione della mostra "Kerouac Beat Painting", il MA*GA ospita un progetto speciale all'intero del programma "Il Mio Kerouac", dedicato alle riletture contemporanee dell'opera del grande autore americano. Si tratta della XXIII Edizione di Humour a Gallarate, con il Grand Prix Marco Biassoni, il premio Cavandoli e l'eccezionale mostra personale dell'illustratrice Marilena Nardi.

La mostra inaugurerà negli spazi della balconata del MA*GA
Domenica 21 Gennaio 2018 alle ore 11.00



On the Road 
XXIII Edizione - International Cartoon Contest
I maestri della grafica, satira e caricatura in mostra al MA*GA
21 gennaio – 28 febbraio 2018
inaugurazione 21 gennaio 2018 ore 11.00
399 autori per un totale di oltre 1200 opere in concorso provenienti da tutti e 5 i continenti
120 cartoon selezionati
e la straordinaria mostra personale di Marilena Nardi, illustratrice Italiana di fama mondiale.

Il tema scelto per la XXIII edizione di Humour a Gallarate è senza dubbio un sentito omaggio alla prima grande mostra italiana dedicata a Jack Kerouac e un po’ anche un modo per noi di dire ad alta voce che dopo 23 anni che siamo sulla strada ci sentiamo un po’ in diritto di celebrare la nostra storia. Kerouac è stato per molte generazioni una vera e propria icona non solo letteraria.
Il padre indiscusso della Beat Generation con la sua visione, anche artistica, è stato il faro della XXIII edizione, in un caleidoscopio di strade, incontri, viaggi che raccontano un mondo in evoluzione, dove spesso conta proprio la strada che facciamo più che la destinazione prescelta!
Tirare le fila di un evento che ha coinvolto 380 cartoonist provenienti da ogni parte del mondo è difficile e bellissimo allo stesso tempo. Richiede impegno e fatica ma è estremamente gratificante, soprattutto quando dopo tutto il lavoro di dietro le quinte possiamo mostrare con orgoglio il risultato. Sfogliare il catalogo e vedere l’allestimento delle opere al MA*GA ci ripaga di tutta la stanchezza.
La decisione di prendere a prestito il titolo dell’opera forse più conosciuta di Kerouac, soprattutto dal pubblico Italiano, è stata motivo di riflessione in primis per noi. On the road è un’espressione entrata nel linguaggio comune, l’abbiamo usata tutti almeno una volta, con i significati più disparati.
Per molti cartoonist essere On the road significa spesso dover difendere la propria libertà di stampa, difendere le proprie idee e il proprio modo di intendere la satira dalle pagine degli organi di stampa o dai loro blog.
Il fascino dell’humour graphic consiste proprio in questa incredibile capacità di condensare pensieri e significati anche complessi e renderli di facile interpretazione per tutti. Perché infondo tutti a volte sorridiamo quando vediamo una vignetta su un giornale, o quando scopriamo un’illustrazione che spiega un concetto complesso in pochi tratti!
Le opere selezionate raccontano ognuna una propria visione e danno voce alle esperienze personali dei cartoonist, che fedeli alla chiamata del Grand Prix Marco Biassoni e Premio Osvaldo Cavandoli, hanno deciso di condividere con noi un pezzetto della loro strada.
Siamo grati al MA*GA che da tanti anni collabora con Pro Loco nella realizzazione di questo concorso internazionale e dona prestigio alla mostra ospitandola nelle sue sale, in particolar modo in questa edizione con la strepitosa concomitanza della mostra Kerouac. Beat Painting. Ringraziamo anche l’Amministrazione Comunale che ha creduto e continua a credere nella nostra associazione e nella nostra voglia un po’ matta di portare avanti un concorso di tale portata, purtroppo uno dei pochi rimasti in Italia.



Un lavoro intenso è stato  quello della giuria composta da Antonio Antunes, Sandrina Bandera, Vincenzo Coronetti, Gianlorenzo Ingrami, Marzio Mariani, Marilena Nardi e Mariarosa Todeschin, tutto sotto gli occhi vigili del presidente della Proloco Vittorio Pizzolato.
" Tirare le fila di un evento che ha coinvolto 399 cartoonist provenienti da ogni parte del mondo è difficile e bellissimo allo stesso tempo" dice in una intervista il presidente Vittorio Pizzolato. "Richiede impegno e fatica ma è estremamente gratificante, soprattutto quando dopo tutto il lavoro del dietro le quinte possiamo mostrare con orgoglio il risultato. Sfogliare il catalogo e vedere l'allestimento delle opere ci ripaga di tutta la stanchezza".


Tel/Fax (+39)0331.774968
proloco.gallarate@libero.it | www.prolocogallarate.it
www.humouragallarate.wordpress.com
facebook.it/humouragallarate
twitter.it/humourgallarate

mercoledì 17 gennaio 2018

Rigopiano, per non dimenticare.


Cuore Rigopiano
© GIO / Mariagrazia Quaranta


Un uomo con i pantaloni da soldato arriva ogni mattina davanti alle macerie. Cammina lungo la zona rossa, risalendo due curve fra gli alberi sradicati. Guarda passare i piccoli camion che iniziano le operazioni di sgombero: una lunga fila di sedie, travi, tegole, un vaso di cemento, un pezzo di ringhiera ricurvo. «La valigia di Marinella è ancora lì in mezzo», dice quell’uomo a bassa voce.

Da quando hanno aperto la strada che porta al cancello dell’Hotel Rigopiano, non passa giorno senza che lui venga a pregare qui davanti. Il suo nome è Nicola Colangeli, ha 71 anni, è un padre.
 «È un dolore troppo grande - racconta - si potevano salvare tutti. È troppo dura per me».



Rigopiano un anno dopo: “I colpevoli devono pagare, potevano salvarsi”



Le Stanze di Federico & Friends – insieme per Rigopiano
In occasione dell'anniversario della tragedia di Rigopiano, la band Le Stanze di Federico, ha organizzato un'iniziativa "per non dimenticare", insieme agli artisti emergenti più noti del panorama musicale abruzzese.
E' stata una giornata di registrazione in studio, presso la Gallirecords, etichetta indipendente abruzzese, di una versione "corale" del brano "Dove la neve non cade"di Federico Galli, Piero Garone e Davide Scudieri reinterpretato alla maniera di "Do they know it's Christmas" e "Domani".
Il senso del brano è soprattutto nelle parole “dove la neve non cade”. 
La neve purtroppo quel giorno è caduta, e ha fatto un danno incalcolabile. 
La neve copre tutto ma non deve coprire i ricordi. Non deve coprire la forza di lottare per ottenere giustizia, non deve coprire la memoria di chi ha perso tutto quel triste pomeriggio del 18/01 scorso.
Gli artisti che con entusiasmo hanno aderito all'iniziativa sono stati, oltre naturalmente a Le Stanze di Federico 
Miriam Ricord
Riccardo e Lorenzo Ruiu
Vanesia Band
Dase
Cole
Stabber
Valentina Monica
Patrizio Santo
I 4 Santi
I Buca
Gianni Scognamiglio
Michel Russi
Skizzo Smith
Carol
Peppe Millanta
Elio Depasquale
Laura Di Pancrazio
Rosalinda Santalucia
Luca D'Alesio
Metrò Band
Michele Troiano



La cronaca delle ore della tragedia: 
Il 18 gennaio 2017 in Abruzzo è in atto una violenta bufera di neve e si verificano 4 scosse di terremoto. Gli ospiti dell'Hotel Rigopiano, completamente isolato dalla nevicata, vogliono andarsene. Il proprietario invia diverse richieste d'aiuto. Nel pomeriggio, tra le 16.30 e le 16.50, una valanga travolge la struttura.
Alle 17.08 Giampiero Parete, illeso perchè si trovava nel parcheggio, lancia l'allarme al 118: dice che c'è stata una valanga e che l'albergo è crollato. Alle 17.10 la prefettura chiama l'hotel, ma nessuno risponde. Alle 17.40 una funzionaria della prefettura contatta il direttore dell'hotel, Bruno Di Tommaso, che però è a Pescara e dice di non sapere nulla. Alle 18.03 Parete chiama il suo titolare Quintino Marcella, che fa diverse telefonate al 112 e al 113. Alle 18.08 e alle 18.20 Marcella parla per due volte con la prefettura di Pescara, ma in entrambi i casi la funzionaria liquida la richiesta d'aiuto come un falso allarme. Solo alle 18.57 un volontario della Protezione civile crede al racconto di Marcella e la macchina dei soccorsi si attiva. Le squadre del Soccorso alpino si mettono in cammino con le ciaspole e gli sci già la sera del disastro, ma raggiungono il luogo della tragedia soltanto all'alba del 19 gennaio. Poco dopo arriva la colonna dei soccorritori, dietro le turbine che hanno lavorato tutta la notte per sgomberare la strada. Vengono, subito tratte in salvo due persone, scampate alla valanga perchè si trovavano all'esterno dell'hotel. Le macerie restituiscono le prime vittime. Ma il 20 gennaio vengono recuperati 9 superstiti, tra i quali 4 bambini. Insieme a loro affiorano anche altri cadaveri. Le operazioni terminano il 25 gennaio con un bilancio di 29 morti e 11 sopravvissuti.
fonte



-------------------------------------------------
Ti potrebbe interessare anche:

Rinascita a Rigopiano (21/01/17)

martedì 16 gennaio 2018

Ritratto di Francesco Guccini

Note di vita. Francesco Guccini racconta del padre e del loro rapporto: " Fu un uomo duro. Un montanaro. Scarno di parole e di affetti. Però mi ha sempre lasciato libero di fare quel che volevo.
Domenica 31 Dicembre 2017 ROBINSON
Accettò senza fiatare la mia scelta. Ma non è mai venuto a sentire un mio concerto. Non l'ho mai incoraggiato e lui ha sempre fatto finta di niente. In fondo se ne è sempre fregato del mio successo"
Ritratto di Riccardo Mannelli
Francesco Guccini
© Riccardo Mannelli



Io, la locomotiva e la musica che non viene più
Le osterie porti di mare, i miei amici cantanti E ora, il ritiro a Pavana, il posto (e il cibo) dei nonni
su Robinson
Antonio Gnoli

Gli ultimi fuochi sono quelli che bruciano più lentamente. Ricordo a Francesco Guccini un paio di nostri incontri persi nel passato. Ha l'aria svagata. E bruciori di stomaco che attenua con il carcadè: «Bevanda coloniale», ironizza. Come il chinotto, aggiungo. Siamo in cucina. Nella sua casa. A Pavana. Siamo alla fine di una storia. «Dove ci siamo visti?», chiede. Gli cito le occasioni e i luoghi. «Ah», fa lui e accarezza il gatto con svogliata tenerezza. È cortese, un po' assente: «Sono tre mesi che non fumo e dieci anni che non leggo » , dice trattenendo un'imprecazione. Pavana mi sembra lo sputo di un angelo tra due ali di Appennini.
Perché hai scelto di ritirarti a vivere qui?
«È l'ultimo luogo della mia resistenza: un paese che è stato infanzia e sogno, durezza e forza. Mi sembrava appropriato sceglierlo come il punto di approdo di tutta una vita».
Parli di resistenza, ma in che senso?
«Bisogna resistere: alle tentazioni inutili e dispersive; al degrado; allo svuotamento. Ma non sono qui per espiare, sono qui per testimoniare che è ancora possibile scegliersi una vita a misura».
Il rapporto con il paese com'è?
« Direi buono: nessun assillo, nessuna pretesa di eleggermi a gloria locale. Un tempo, all'inizio del Novecento, qui vivevano settemila persone, ne sono rimaste poco meno di millecinquecento. Il paese si è svuotato. Pochi giovani. Pochi sogni. Poche prospettive. Un tempo qui venivano a villeggiare. Oggi la gente si vergogna di posti così. La cosa più desolante è il fiume qui sotto. Era pieno di vita; ma oggi non ci va più nessuno. Ma lui se ne frega e continua a scorrere lento. C'è solo un airone cinerino che ogni tanto vola a pelo e poi si pianta in mezzo. Impalato nell'acqua, come un assurdo segnale di tristezza».
Sei nato a Pavana?
«No, i miei nonni ci vivevano. Sono nato a Modena. L'estate venivamo qui a villeggiare. A Modena sono rimasto fino a vent'anni. Nel 1960 ci trasferimmo a Bologna. Mio padre che era impiegato alle poste approfittò di un'offerta di lavoro. E portò la famiglia con sé».
Come erano i rapporti con tuo padre?
« Poca roba. Era stato in un campo di concentramento a Ravensbrück vicino ad Amburgo. Non amava parlarne. Seppi in seguito che con lui c'erano stati Giovanni Guareschi e Gian Enrico Tedeschi. Fu un uomo duro. Un montanaro. Scarno di parole e di affetti. Però mi ha sempre lasciato libero di fare quel che volevo».
Anche la vita del cantante?
«Mi ha sorpreso quando accettò senza fiatare la mia scelta. Ma non è mai venuto a sentire un mio concerto. Io non l'ho mai incoraggiato e lui ha sempre fatto finta di niente. In fondo se ne è sempre fregato del mio successo».
Anche tua madre stessa linea di comportamento?
«Meno drastica. Lei una volta venne a sentirmi cantare. Mi esibivo a Porretta Terme, a pochi chilometri da qui. Nessun commento, nessuna emozione».
Quando hai cominciato a cantare?
«Mi pare nel 1964, o giù di lì. Fu il mio primo contratto di centomila lire al mese. Ora mi viene in mente l'unico commento di mio padre: quanto durerà? Sai, era un uomo abituato a dare del voi a mia nonna. La mia musica non era il suo mondo».
Al tuo mondo come arrivasti?
«Non fu un percorso lineare. A Modena mi iscrissi a magistero, feci un solo esame e poi cominciai a lavorare come assistente in un istituto per orfani di dipendenti postali. Il collegio era a Pesaro. Non è che fossi particolarmente entusiasta. Mi licenziarono. Dopodiché divenni cronista alla Gazzetta di Modena. Anni di precariato, addolciti dal fatto che la sera con alcuni amici, un piccolo gruppo di orchestrali, suonavamo nelle balere del parco. Poi venne il militare che ho fatto con il grado di sottotenente. Infine mi iscrissi nuovamente all'università. Questa volta a Bologna. Mi mancava la tesi, che avevo chiesto a Ezio Raimondi. Ma non riuscii a finire. Le canzoni bussavano alla mia porta».
E tu apristi?
«Erano gli anni Sessanta, si formavano i primi gruppi musicali con affaccio nazionale. A Modena venne a suonare l'Equipe 84, sapevano che avevo scritto qualche canzone. Gli proposi Auschwitz e la presero. Contemporaneamente avevo dato ai Nomadi Noi non ci saremo.
Tieni conto che non avevo una lira. Oltretutto non essendo iscritto alla Siae non potevo firmare le mie canzoni».
Finì lì la tua collaborazione?
«No, ricordo che proposi alla Equipe Dio è morto, ma rifiutarono per paura che la canzone facesse troppo casino. Avevo pronta anche Un altro giorno è andato e Maurizio Vandelli, il leader del gruppo, sentenziò che Guccini non aveva più un cazzo da dire. E questo atteggiamento fece sì che si rafforzasse la mia collaborazione con i Nomadi».
Furono loro a cantare per primi "Dio è morto".
« La cosa divertente è che mentre la Rai censurò la canzone, Radio Vaticana la trasmise più volte, fino a farla diventare un grande successo tra i nuovi cattolici».
Dietro quella canzone c'erano le tue fascinazioni americane.
«A che ti riferisci?».
Con ogni evidenza a "Urlo" di Allen Ginsberg.
« Sì, la Beat Generation è stata importante, ma una canzone è pur sempre una canzone: un prodotto autonomo. Ed è inutile appesantirla di significati letterari. Anche se ho un'amica, grande esperta delle tragedie di Alfieri, che sta facendo un lavoro da critica letteraria sulle mie canzoni».
E tu come hai reagito?
« Beh, che devo dirti: mi fa piacere sapere che le mie non sono solo canzonette. La verità è che quando si parla di Guccini alla fine è per una decina di canzoni che ha scritto».
Come giudichi le tue prime?
« Tecnicamente parlando Auschwitz e Dio è morto non sono belle canzoni. Sono testi piuttosto semplici. Ne ho realizzate di più complesse ».
Come è nata "La locomotiva"?
«Per delle strane combinazioni. Lessi le memorie bolognesi di Romolo Bianconi, un lavoratore che raccontando la sua vita scrisse di un ferroviere anarchico, Pietro Rigosi, cui avevano amputato una gamba che decise di impadronirsi di un treno per farlo saltare. Fu una ballata, contro le ingiustizie sociali, che scrissi in mezz'ora. Arrivai alla fine e mi accorsi che mancava l'ultima e la prima strofa: "Non so che viso avesse e neppure come si chiamava...". In quel periodo cominciai a cantarla alla Osteria delle Dame».
È stata una canzone emblema che ti ha identificato con il Sessantotto. Che giudizio dai di quel momento?
« Per me è stato un periodo positivo. Sono cambiate molte cose, a cominciare nei rapporti tra i due sessi. Penso che il '68 ha trasformato la società».
Migliorandola?
«In certe cose sì, in altre no. Se penso alla scuola e all'università vedo i disastri che la morte del merito ha provocato. Non ci siamo ancora ripresi».
Le canzoni fanno la rivoluzione?
«Non scherziamo, al più la accompagnano come nel caso di Bandiera rossa. Un canto tecnicamente brutto, ma messo in un certo contesto può perfino commuovere».
Ti commuove ripensare a una canzone come "Eskimo"?
«Un altro emblema di quel periodo, ma del tutto involontario. Comprai l'indumento nel 1963 al mercatino di Trieste. Avevo finito il militare. Costò diecimila lire e veniva indossato dai soldati americani nella guerra di Corea. Anni dopo mi sono ritrovato in un mondo di eskimo. Ma ti assicuro che il mio era innocente. No, non mi commuove, semmai mi dà emozione una canzone come Incontro ».
"I nostri miti morti ormai..." così scrivevi.
«Era la storia di un'amicizia tra un uomo e una donna».
Ho sempre pensato che fosse una tua storia d'amore.
«Parlava di una ragazza che ora vive negli Stati Uniti e che allora viveva a Modena. C'era molta complicità tra noi. Poi si trasferì a Bologna. Sposò un americano. E sparì per un po' di tempo. Un giorno mi telefonò per dirmi che il matrimonio era andato a pezzi e lei lo aveva lasciato. Lui si uccise. E a me venne in mente di scriverci su una canzone ».
Ti piacciono i ricordi?
« Sono uno che ricorda spesso. La memoria è un bel motore che mi ha consentito anche di scrivere diversi libri. Tre romanzi che hanno al centro rispettivamente Pavana, Modena e Bologna. Ricordo meglio il passato remoto e non è male che certe cose rimangono e altre spariscono».
Perché hai lasciato Bologna?
«Era un'altra vita. Qui a Pavana vado a letto alle undici di sera. A Bologna rincasavo alle cinque del mattino».
Musica, cibo e vino.
«Anche donne e carte. Giocavamo in osteria fino a notte fonda. Senza mai mettere in palio nulla: neppure un caffè».
Hai pubblicato da poco la raccolta delle canzoni che cantavi all'Osteria delle Dame.
« Sono tre cd che racchiudono una manciata di anni. Quando pochi mesi fa sono tornato alle "Dame" mi sono commosso. Ma è stato come vedere un altro Guccini».
Un altro in che senso?
«Ho smesso di scrivere canzoni. Da anni non tocco più la chitarra. Tira tu le conclusioni».
Hai smesso con quale giustificazione?
« Mi sono accorto che le canzoni non uscivano più con la stessa voglia e intensità. Facevo sempre più fatica a riempire un album. E ho capito una cosa semplice: non ho più niente da dire. Almeno su quel versante là».
Come hai vissuto questa rinuncia?
«All'inizio male, poi mi sono abituato. Ho perfino tentato di riprendere. Ho scritto una nuova canzone per i Nomadi. Ma preferisco scrivere libri. Con Loriano Macchiavelli siamo all'ottavo giallo. E poi ci sono i miei romanzi».
Scusa se insisto, ma chiudere una porta così importante come la musica non ti dà dolore?
«No, mi dà dolore o angoscia non avere più l'età che avevo. E guarda non avevo neanche la paura di fallire. Se le canzoni venivano, bene sennò pazienza».
Quindi ti sei ritirato qui a Pavana.
«Un posto che amo. Anche Bologna è stata molto importante».
Chi vedevi a Bologna, di chi eri amico?
« Le osterie erano porti di mare. Ti arrivavano attutite queste onde umane».
Frequentavi Augusto Daolio, il leader storico dei Nomadi?
« Non molto, ero più legato a Beppe Carletti. Frequentavo Claudio Lolli. Sono amico di Zucchero e di Ligabue, molto diversi ma con una base contadina in comune. Poi c'era Lucio Dalla che veniva qualche volta a mangiare da Vito. Odiava la campagna. Mi diceva: ma cosa vai a fare a Pavana? Niente che ti piaccia, gli rispondevo».
A Bologna ne hanno fatto un mito.
«Sai quando uno muore è facile che diventi un mito o un aspirante mito. Lucio era uno strano personaggio. Eravamo molto diversi, due mentalità diverse. E credo che non abbiamo mai legato veramente. Aveva una capacità polimorfica; però alla fine anche lui faceva una certa fatica a scrivere canzoni. Era dotato di una voce secondo me bellissima».
Ti dà fastidio rievocare certe cose?
«No, anzi. Mi dà fastidio la richiesta di foto, i selfie che non sopporto. Ma cerco di essere gentile».
Che cos'è la sopportazione?
« È l'arte di non incazzarsi. E poi, dopo una certa età, si sopportano molte più cose».
Alludi alla tua vecchiaia?
« Se ne va poco per volta la prestanza fisica, arrivano gli acciacchi. Oggi faccio fatica a camminare e non ci vedo quasi più. Non riesco a leggere e ho bisogno di qualcuno che lo faccia per me».
Siamo a conversare nella tua cucina. Che rapporto hai con il cibo?
«Non sono quel che si dice un raffinato gourmet. Mi piace la cucina dei miei nonni. Non se ne può più di questi chef, che se uno perde una " stella" scoppia una tragedia. Sono un uomo semplice di gusti semplici».
Hai scritto una bellissima canzone sui vecchi.
«Adesso sarebbe pura autobiografia».
Quanto ti piaci?
« Poco. Non ho orgoglio di me né autostima. Deve essere stata l'educazione repressiva di mio padre. Solo verso la fine della sua vita ci siamo incontrati veramente. Un giorno mi disse: avrei tanto voluto che tu facessi lo storico. E invece sono uno che ha scritto canzoni. Ma lui, intendo mio padre, avrebbe voluto fare il maestro. Finì in un ufficio postale. Non sempre le vite corrispondono ai nostri desideri».


--------------------------------------

Nota:

Scrive Michele Serra il 2/01/18

Tra i buoni propositi per il nuovo anno ce n'è uno vecchio, eppure sempre disatteso. Lo chiamerei "passo indietro", e per definirlo meglio incrocio due delle letture di fine anno che mi hanno più colpito. Una è l'elogio della continenza fatto da Marco Belpoliti: nel quale continenza — parola desueta — è alla fin fine sinonimo di pudore. Antidoto al narcisismo, argine al dilagare dell'ego. L'altra è la bellissima intervista di Antonio Gnoli a Francesco Guccini, dove il grande vecchio di Pavana dichiara di non scrivere più canzoni perché «non ha più niente da dire». Esempio quasi inimitabile di continenza per via naturale, di rispetto profondo (Guccini è un contadino) per i cicli del tempo.
Uno che scrive tutti i giorni — eccomi — non è il meglio indicato per predicare continenza e passi indietro.
Eppure, mano a mano che salgono tono e volume del dibattito pubblico, viene spontaneo guardarsi attorno alla ricerca di voci meno aggressive — che non significa inconsistenti, e anzi. Si cerca autorevolezza nello sguardo sereno dei pochi che possono permetterselo, nelle poche parole dei pochi che le rispettano. Il silenzio di Guccini, per paradosso, ha un'eloquenza emozionante, tacere per appagamento, perché è esaurito il bisogno di dire, o perché nuovi pensieri (più interni) occupano la scena.

Sentire attorno a noi anche silenzio aiuta a restituire peso alle parole. Chiudere la bocca, aprire le orecchie, ecco il passo indietro che ci aiuterebbe tutti quanti.

sabato 13 gennaio 2018

Quel 'Genius' di Trump!

© Ann Telnaes



Genius, si così si è definito quel genio di Trump  pochi giorni fa, ed ieri ha di nuovo fatto scalpore con le sue parole:

Ancora una volta Donald Trump fa infuriare il mondo intero, aumentando il suo isolamento sul piano internazionale e alimentando quello che oramai è più di un sospetto: la sua inclinazione a posizioni razziste e xenofobe, come nelle ultime ore hanno accusato le Nazioni Unite. Dall'Africa all'America Latina si solleva un'onda di indignazione senza precedenti. Proprio come quella provata dai membri del Congresso - repubblicani e democratici - presenti nello Studio Ovale quando il tycoon e' sbottato sulla questione immigrati, pronunciando l'ennesima frase shock: "Ma perche' gli Stati Uniti devono continuare ad accogliere questa gente da questo cesso di Paesi?". [...]



En av mina första publicerade Trumpteckningar (6 augusti 2015)
One of my first Trump cartoons. (Augusti 6th 2015)
© Riber Hansson


Shithole Country
https://www.politico.com/gallery/2018/01/02/matt-wuerker-cartoons-january-2018-002743?slide=0
© Matt Wuerker




He is thinking...
© Ramses


©Simanca


© Ben Jennings

Trump shock: "I do not want immigrants from Haiti, El Salvador and African states: countries' coffers". The UN: "It is racism".
You Wash your mouth out with soap. #ShitHoleCountiries #trumpRACIST #soap
© Durando


© Gary Huck

© Ellekappa



The Equation    Gianfranco Uber
'...not smart, but genius...and a very stable genius.'
08 Jan 2018


The Nightmare
 "non voglio immigrati da quei cessi di Paesi".
Così molto signorilmente Trump comunica ufficialmente di voler chiudere le frontiere nei confronti di Haiti e El Salvador.
©Uber


The Equation    Gianfranco Uber
'...not smart, but genius...and a very stable genius.'
08 Jan 2018
©Uber



....to President of the United States (on my first try). I think that would qualify as not smart, but genius....and a very stable genius at that!


Mauro Biani

mercoledì 10 gennaio 2018

C’È POCO DA RIDERE Le vignette di Riccardo Marassi




Dal 10 gennaio al 4 febbraio
MOSTRA
C’È POCO DA RIDERE
Le vignette di Riccardo Marassi

La satira di Riccardo Marassi ha accompagnato
quotidianamente i lettori del Mattino per più
di trent’anni. Questa rassegna di vignette,
una per ogni anno a partire dal 1987, vuole essere
l’occasione per ringraziare e salutare i lettori
che hanno seguito I Sassi di Marassi attraverso
18 governi, 5 presidenti della Repubblica, 3 papi,
8 campagne elettorali, 7 mondiali di calcio,
8 giochi olimpici, 6 Primarie del Pd
e un numero imprecisato di bunga bunga.
Presentazione venerdì 12 gennaio alle ore 18:00.
Interverranno Luigi Vicinanza e Eleonora Puntillo.
Feltrinelli - Piazza dei Martiri, Napoli

Qui la pagina FB dell'evento


martedì 9 gennaio 2018

Yuri Kosobukin, più presente che mai.



'La scuola'
Yuriy Kosobukin (Ucraina)

Yuri Kosobukin, más presente que nunca.
Por Francisco Puñal Suárez
Especial para Fany Blog

Hace cinco años nos dejaba Yuri Kosobukin una inmensa figura del humor gráfico. Fallecía demasiado joven y el dolor nos invadió a todos los que apreciamos su inmensa obra, donde la sátira y la ironía eran como látigos con cascabeles en la punta.

Sus caricaturas, premiadas en el mundo entero,  caracterizadas por su honestidad crítica, sus cualidades artísticas y un estilo inconfundible, están ahí más vivas que nunca, como un legado importante y vital, para nuestro consuelo.

Kosobukin tenía la capacidad de hacer visible lo invisible y señalar los vicios y defectos de la sociedad clasista y de los seres humanos, al desacralizar todo lo obsceno y absurdo de nuestra existencia, al señalar la injusticia, la corrupción, el egoismo, el dogmatismo, las guerras, la manipulación de la prensa, la pobreza, la mentira, la simulación, la contaminación del medio ambiente, la religión, la ignorancia, y tantos otros males que perviven en este mundo convulso.
Su trabajo intenso y su  brillante talento le permitieron  publicar  miles de dibujos en revistas y periódicos, en sus  muchos años de trabajo. Sus dibujos se exhibieron en todo el mundo. Los concursos internacionales siempre añoraban sus caricaturas y los jurados lo premiaron una y otra vez. Ganó más de 450 galardones y entre ellos más de 100 primeros premios.  La gente admiraba y comprendía su obra, a pesar de las diferencias culturales, por el carácter universal de la misma, y por no llevar texto.
Yurij Kosobukin, de Ucrania, nacido en 1950, publicó su primera caricatura en la prensa en 1976. Él  sabía  que al trabajar y crear  diariamente, su obra era conocida y aplaudida en numerosos países extranjeros, y que también, al abordar los eternos sentimientos humanos y sus contradicciones, tenía  asegurado un público que lo seguía, y que el paso del  tiempo no le restaba interés en lo más mínimo a sus dibujos, muchas veces llenos de melancolía, y con una visión irónica y crítica.
Cuando Yurij Kosobukin realizó sus primeras caricaturas no tenía una trayectoria artística. Había estudiado ingeniería aeronáutica en Kharkiv, y trabajaba en el Centro Antonov de Diseño de Aviones , en Kiev. Tenia 26 años. Para suerte de los que apreciamos el arte,  el humor y la caricatura, a partir de ese momento de ruptura y de cambio,  el talento de Yurij Kosobukin no dejó de crear imágenes que nos hacen mirarnos en el espejo de la vida.
Su bisturí artístico penetró  allí donde las situaciones sociales son escenarios de los dramas cotidianos de la humanidad, y donde las personas, de todas las clases sociales, muestran, en muchas ocasiones,  sus ambiciones y deseos, en algunos casos repulsivos.  Ningún tema escapó a su mirada. Sus caricaturas son al mismo tiempo simpáticas y tristes.
Sus caricaturas son  secuencias de una película que es la vida.











Una Speciale Menzione d'onore al disegno dell'artista Ucraino Yuri Kosobukin,
scomparso recentemente.
The jury decided to distinguish with a Special Mention the high quality work «Untitled» by late Ukranian artist Yuri Kosobukin, published in «Perets», from Kiev, as a posthumous homage to a great cartoonist.(2013)

Yuri-Kosobukin-TOLENTINO-1995













Yuri Kosobukin, più presente che mai.
Di Francisco Puñal Suárez - Speciale per Fany Blog

Cinque anni fa, ci ha lasciato Yuri Kosobukin, un'immensa figura nel campo dell' umorismo grafico. Morì troppo giovane e il dolore  invase tutti coloro che apprezzavano il suo immenso lavoro, dove la satira e l'ironia erano come fruste con sonagli.
Le sue caricature, premiate in tutto il mondo, caratterizzate dalla sua onestà critica, dalle sue qualità artistiche e da uno stile inconfondibile, sono più vive che mai, come eredità importante e vitale, per la nostra consolazione.
Kosobukin ha avuto la capacità di rendere visibile l'invisibile e sottolineare i vizi e i difetti della società di classe e degli esseri umani, screditando tutta l'assurdità  della nostra esistenza, sottolineando l'ingiustizia, la corruzione, l'egoismo, il dogmatismo, le guerre, la manipolazione della stampa, la povertà, le bugie, la simulazione, l'inquinamento dell'ambiente, la religione, l'ignoranza e molti altri mali di questo mondo convulso.
Il suo intenso lavoro e il suo brillante talento gli hanno permesso di pubblicare migliaia di disegni su riviste e giornali, nei suoi molti anni di lavoro. I suoi disegni sono stati esposti in tutto il mondo. Le gare internazionali hanno sempre desiderato i suoi cartoons e le giurie lo hanno premiato tante volte. Ha vinto oltre 450 premi e tra questi oltre 100 primi premi. La gente ammirava e capiva il suo lavoro, nonostante le differenze culturali,  grazie alla sua natura universale e la mancanza di testo.
Yuri Kosobukin, ucraino, nato nel 1950, ha pubblicato il suo primo disegno umoristico sulla stampa nel 1976. Sapeva che lavorando e creando quotidianamente, il suo lavoro era conosciuto e applaudito in molti paesi stranieri, e anche, affrontando gli eterni sentimenti umani e le sue contraddizioni, gli era assicurato un pubblico che lo seguiva, e che il passare del tempo non aveva minimamente mancato di interessarsi ai suoi disegni, spesso pieni di malinconia e con una visione ironica e critica.
Quando Yuri Kosobukin ha fatto i suoi primi cartoni non aveva avuto una carriera artistica. Aveva studiato ingegneria aeronautica a Kharkiv, e ha lavorato presso l'Antonov Aircraft Design Center di Kiev. Aveva 26 anni. Per la fortuna di quelli che apprezzano l'arte, l'umorismo e la caricatura, da quel momento di rottura e di cambiamento, il talento di Yurij Kosobukin non ha mai smesso di creare opere che ci fanno guardare noi stessi allo specchio della vita.
Il suo bisturi artistico penetrò la dove le situazioni sociali sono scenari dei drammi quotidiani dell'umanità, e dove le persone, di tutte le classi sociali, mostrano in molte occasioni le loro ambizioni e i loro desideri, in alcuni casi ripugnanti. Nessun tema è sfuggito al suo sguardo. Le sue caricature sono allo stesso tempo simpatiche e tristi.
Le sue caricature sono sequenze di una pellicola cinematografica, che è la vita.

lunedì 8 gennaio 2018

Per Charlie Hebdo

7 gen 2015 - 7 gen 2018
3 anni sono passati da quando 12 persone rimasero uccise sotto ai colpi dei kalashnikov dei fratelli Kouachi nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo.
3 anni in cui i sopravvissuti vivono praticamente in carcere, sotto scorta armata.
Ma noi siamo ancora  Charlie! Sempre Charlie!
Coraggio amici!


Honoré, Charb, Tignous, Wolinski, Cabu. On était Charlie.
Honoré, Charb, Tignous, Wolinski, Cabu. Eravamo Charlie.
Elchicotriste


Charlie vive
Gio / Maria Grazia Quaranta




Charlie Hebdo
"tre anni - three years"
Silvano Mello


Sempre Charlie!
Paride Puglia




07 Gennaio ( 2015 / 2018 )
Parigi.
La domanda è sempre quella...
PERCHE' ??
Mike Comics



J'ai finalement terminé mon illustration sur Charlie Hebdo. 22 heures auront été nécessaires pour peindre ceci sous ArtRage mais c'est bien la moindre des choses que je pouvais faire pour ces gens là...
Tignous, Cabu, Honoré, Wolinski, Charb ... bonne route les gars ...
I finally finished my Charlie Hebdo piece. 22 hours were needed to complete it with ArtRage but that's the least I could do for these people...
Tignous, Cabu, Honoré, Wolinski, Charb ...so long guys ...
Alla fine ho completato la mia illustrazione su Charlie Hebdo. 22 ore sono state necessarie per dipingere questo sotto artrage ma questo è il minimo che potessi fare per queste persone...
Tignous,Cabu, Honorè, Wolinski, Charb... buona strada ragazzi...
©Yoann Lori




© Riss per Charlie Hebdo
«Le 7 janvier 2015 est la date rouge sang qui sépare deux vies. Avant, il y a les blagues de Charb qui nous faisaient pleurer de rire, les petits gâteaux de Cabu, déposés avec grâce sur la table, les mots coquins de Wolin, l’arrivée tonitruante de Tignous, le rire pleines dents de Bernard, les cris d’Elsa. Et depuis, un deuil que nous portons tous, et qui ne finira jamais», écrit-il.
https://charliehebdo.fr/

sabato 6 gennaio 2018

Il secolo è maggiorenne. Si salvi chi può (Patty Pravo e Lee Masters)!

2018
© Niels Bo Bojesen

Il secolo è maggiorenne. Si salvi chi può (Patty Pravo e  Lee Masters)!
di Nadia Redoglia
Il 2018 acquisisce dunque capacità di agire e così diventa adulto. Da questo anno ci aspetteremo, pertanto, più assennatezza, oculatezza, responsabilità, meno bazzecole, quisquilie e pinzellacchere…
Del resto come dimenticare che fu proprio il 1918 a porre fine alla grande guerra? Epperò all’epoca si diventava maggiorenni a 21 anni e in tal senso la capacità d’agire del secolo si rivelò, in tutta la sua apoteosi, nella costituzione del partito nazionale fascista artefice, insieme con i suoi omologhi europei, della catastrofe della seconda guerra mondiale. Il XX secolo, diventato maggiorenne, lavorò dunque per conquistarsi un primato storico: il più grande eccidio, atomica compresa grazie agli alleati, della storia umana…
Le pantomime di Trump (la cui torre ha preso il posto delle due fatte implodere da secolo neonato)  il bottone rosso sulla scrivania di Kim Jong-un (che però mica lo pigia se lo invitiamo alle prossime olimpiadi), le perfomance di Putin (alias chucknorrisroccosiffredi), l’imperscrutabile Cina (mai stata così) vicina, gli emiri (ma quanti sono?!) con  Rolls/Ferrari ( e gli AK-47 ) placcati d’oro e quindi i  disperati “da e di sempre”: mesopotamici e mediorientali tra scià, mullā, califfi, usurpatori  e dittatori…ebbene, che input ci forniscono quanto a maggiore età di questo secolo?
Per i più “tecnici” un déjà-vu  da secolo scorso, per i sostenitori delle teorie vichiane il proseguimento di corsi e ricorsi storici.
Per tutti gli altri che osano l’oltre c’è chi pensa che l’assennatteza, l’oculatezza, la responsabilità siano morte (i più ottimisti pensano a una specie di letargo) e che l’aumento di bazzecole, quisquilie e pinzellacchere siano d’imperio diventate, a tutti gli effetti, condizioni essenziali per essere adulti. Insomma: una presa per il lato B universale che mi fa (ancora, maledizione!) ripetere quel: recita bene la tua parte, in questo consiste l’onore…
Localmente (Rai 1) chi più c’ha preso è stata la Patti Pravo (…tu mi fai girar, tu mi fai girar come fossi una bambola/pazza idea di far l’amore con lui...) augurando agli italiani un sereno 1918!

2018
© Daniel Murphy