giovedì 19 giugno 2014

CartoonSea 2014- riunione di giuria e "Premio Franco Origone"

opera vincitrice dell' edizione 2009
autore Franco Origone
                                  



“Professione Pericolo”? Il vignettista!
“RISCHIANO” DI AGGIUDICARSI 2.000 EURO DI MONTEPREMI.
SABATO AL VAGLIO DELLA GIURIA CARTOONSEA I LAVORI IN CONCORSO.

Conclusa con soddisfazione la fase del concorso, ora è la volta del verdetto. Tante le vignette inviate da cartoonists, illustratori, autori satirici e grafici italiani sul tema della sicurezza nel lavoro: “PROFESSIONE PERICOLO. Sicurezza sul lavoro! Ma quale lavoro?”. Questo il titolo del Premio Nazionale di Umorismo e Satira CartoonSEA 2014, promosso da Sea Gruppo di Fano in collaborazione con Inail Pesaro Urbino, con il patrocinio di Comune di Fano, Provincia di Pesaro-Urbino e Assemblea Legislativa della Regione Marche. Una competizione giunta alla sua sesta edizione, che riconferma anche quest'anno l'impegno della società di servizi fanese Sea Gruppo per tematiche così delicate e importanti, toccate quotidianamente con mano. Con quasi 300 amministrazioni pubbliche, circa 1.850 privati in convenzione annuale e oltre 6.000 clienti per singole prestazioni occasionali, l'azienda fondata da Oscardo Severi è infatti attiva da ben 25 anni nel campo della formazione, della consulenza ambientale e della sicurezza sul lavoro.
Anche per questo 2014 è giunto dunque il tempo di uno degli incontri più attesi dagli artisti, che competono per uno tra i montepremi in palio più cospicui nel settore: un primo premio da 1.000 euro, due secondi premi parimerito da 500 euro ciascuno e 8 segnalazioni speciali con targa/trofeo. Novità di quest'anno, all'interno di questi, l'assegnazione di un “Premio Franco Origone”, riconoscimento pensato ad hoc per un giovane under 29 e dedicato alla figura dell'artista purtroppo scomparso a febbraio di quest'anno, per altro vincitore della prima edizione CartoonSea 2009 sul lavoro nero.
La riunione di giuria - che si terrà sabato a porte chiuse nella sede dell'azienda in via Borsellino 12/D presso la zona industriale di Fano – sarà come consuetudine presieduta dal vincitore della passata edizione del concorso, il giovane fumettista friulano Marco Tonus, che si aggiudicò il Grand Prix 2013 con un lavoro sul tema dell'acqua, “Ultima goccia”. Ad affiancarlo nel giudizio, altri 6 valevoli membri di giuria: tra cui esperti del settore, come i colleghi Stefano Antonucci e Agim Sulaj, rispettivamente Grand Prix CartoonSea nel 2012 e nel 2010; Michele Ambrosini, nella doppia importante veste di artista, nonché di direttore artistico del premio; oltre a figure più istituzionali come Rocco Mario Del Nero per Inail Pesaro Urbino, Luciana Forlani e Oscardo Severi per Sea Gruppo.
Massimo riserbo sugli esiti del verdetto, i nomi dei vincitori verranno resi noti a metà luglio, in occasione della presentazione alla stampa del ricco programma eventi che già dallo scorso anno accompagna la tradizionale mostra delle opere selezionate. La mostra – che ospiterà anche una personale di Marco Tonus - rimarrà aperta dal 26 luglio al 10 agosto 2014, a Fano in via Arco d’Augusto alla Chiesa di San Michele, sala anche quest'anno gentilmente concessa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Fano. Premiazione, domenica 27 luglio 2014.

 
Agim Sulaj vincitore 2010

Marco De Angelis vincitore 2011

Stefano Antonucci vincitore 2012


Marco Tonus vincitore 2013
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CartoonSea 2014: Bando di Concorso

"NOI CUGI - Come eravamo a Livorno negli anni Ottanta" di Paolo Morelli e Alessandro Cirinei

NOI CUGI
Come eravamo a Livorno negli anni Ottanta
di Paolo Morelli e Alessandro Cirinei 


ZONA 2014 - pp. 166 - ISBN 978 88 6438 474 0 - Collana ZONA Contemporanea - www.editricezona.it - caricatura di copertina di Roberta Piredda


"Perché guardate me con fronte aggricciata, o Catoni, / e censurate un'opera di inedita schiettezza? / Qui ride la grazia ilare d'un parlar puro, / e la lingua verace riporta quello che fa il popolo" (Petronio, "Satyricon").


A Roma ci sono i coàtti. A Milano ci sono i tamàrri. In Afghanistan ci sono i talebàni. A Livorno ci sono i “cugi”. Anzi, per meglio dire, c'erano i cugi, quei giovani livornesi che negli anni Ottanta indossavano il bomber jacket di nylon, calzavano Camperos Valleverde, impennavano col Bravo Piaggio (elaborato col kit Polini) e andavano in discoteca alla domenica pomeriggio per ballare Billie Jean di Michael Jackson. Morelli e Cirinei - tra i più gloriosi e leggendari cugi livornesi - descrivono con ironia al napalm la sottocultura e mitologia del cugi che permeavano l’esuberante Livorno adolescenziale di trent'anni fa, e qui dimostrano che un libro può davvero farvi ridere a crepapelle. Questa sorta di monografia satirico-umoristica, politicamente scorretta, a metà tra un saggio semiserio di storia e una digressione demenziale - le cui disamine sono liberamente tratte da una rubrica apparsa a puntate su Il Vernacoliere nel secolo scorso - risucchierà malinconicamente indietro nel tempo non solo tutti quei cugi livornesi che oggi sono  magari sposati e con figli: ma farà struggere di nostalgia i vari quarantenni “coàtti”, “tamàrri”, “zarri”, “marànza”, “foggiàni” e “zalli” di tutto lo stivale. Perché, nonostante il carattere tipicamente labronico dell’analisi, grazie alle centinaia di note esemplificative a piè di pagina, tutti potranno godere appieno di qualsiasi sfumatura testuale, anche i lettori di ogni altra parte d’Italia (http://www.zonacontemporanea.it/noicugi.htm).



Gli autori


Paolo Morelli - Laureato in storia contemporanea all’Università di Pisa, scrittore e giornalista, ha collaborato a "Il nuovo Male" e per oltre quindici anni a "Il Vernacoliere". Pubblica su "Il Tirreno", "La Nazione" e"Urban Post". Nel 2000 ha vinto il premio speciale "La bugia informatica" al 24° Campionato Italiano della Bugia de Le Piastre (Pistoia). Come pubblicitario ha collaborato tra il 2004 e il 2005 a "Editoriale Secondamano" e nel 2006 con Giorgio Marchetti al volume satirico-linguistico "Il quarto Borzacchini Universale". Ha pubblicato nel 2008 la raccolta di racconti "Se fossi Nick Mano Fredda". Tra il 2012 e il 2013 è stato direttore responsabile e autore della rivista di satira "L’antitempo", che ha vinto il 41° Premio Internazionale di Satira Politica di Forte dei Marmi.


Alessandro Cirinei - Laureato in business economics con un master in strategie d’impresa presso l’Università di Reading in Gran Bretagna, Alessandro Cirinei ha poi conseguito un’altra laurea in economia aziendale presso l’Università di Pisa. Vivendo per quindici anni tra Milano, Londra e Parigi, ha ricoperto vari ruoli in multinazionali del settore della consulenza strategica, dell’editoria e del web, con responsabilità crescenti. Nel 2004 è stato direttore marketing della canadese "Trader Classifieds Media", nota in Italia col marchio "Secondamano". Nel 2007 è tornato a Livorno e ha creato "Xool", un acceleratore di imprese web, e varie start-up tecnologiche come "Tonic", "Wickedin", "Cityfan" e "Digiville".



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L'ANTITEMPO, migliore rivista di satira 2013

martedì 17 giugno 2014

Mose

IL MOSE FA ACQUA
Ondata (è il caso di dirlo) di arresti per quelle che possiamo eufemisticamente chiamare "ipotesi di corruzione legate agli appalti del MOSE di Venezia. Un'altra "grande opera" si rivela un'altra "grande fregatura" per i contribuenti. Non si sa se la grande diga mobile servirà a proteggere la laguna, di certo è servita a truffare fior di milioni (che per i nostalgici sono miliardi di lire) grazie al solito giochetto degli appalti pilotati.
UBER


Marilena Nardi



MOSE
PORTOS / Franco Portinari


Il Milione
PORTOS / Franco Portinari


Emergenze
PORTOS / Franco Portinari


giu 04
Chi g’ha sugà el canal?
di Giovanni Angeli
Nessuno si salva: il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni (centro sinistra) è stato arrestato nell’inchiesta della Procura di Venezia nell’ambito delle indagini sull’ex ad della Mantovani Giorgio Baita e gli appalti per il Mose



La guerra
Stefano Trucco


Affondi
Stefano Trucco


Piccoli princìpi
CeciGian



Galan di Riccardo Mannelli



toponomastica lagunare "Canaletta"
di Riccardo Mannelli



Beppe Mora



Maramotti



Giorgio Forattini 

 

La vignetta di Giannelli


SERGIO STAINO


gran galan
Magnasciutti


Tiziano Riverso


Educazione
Mose, Expo, Tav, etc. etc. etc. La
Mauro Biani
    
  
http://it.wikipedia.org/wiki/MOSE


Venezia e il Mose: troppa corruzione, l'Italia non può fare le Grandi Opere

Non si può più uscire di casa, in nessuna città del Nord-Est, senza che qualcuno ti rincorra e ti chieda: «Ha sentito di Galan? E del sindaco di Venezia?». E ti spiega: hanno intascato valigie di euro, nascostamente, per farsi gli affari loro. Il popolo si sente tradito, è come essere in guerra e scoprire che chi ti comanda è il tuo nemico. È difficile spiegare al popolo che queste sono le accuse e bisogna aspettare le condanne. È difficile, perché questa è una terra di suicidi, il popolo sta male, si chiede perché, e se saltano fuori accuse di tangenti, mazzette, furti, la spiegazione è questa, non bisogna aspettarne altre. La bomba della nuova tangentopoli veneta è scoppiata ieri all’alba, alle 7,30 già se ne parlava nei bar. È una bomba multipla, una bomba che contiene altre bombe, queste: gli euro sono milioni; sono implicati, tra gli altri, un super-potente di destra e un super-potente di sinistra; gran parte del denaro veniva consegnata in contanti; certe mazzette venivan date a rate e costituivano stipendi annuali fissi; con quei soldi si compravano i pareri favorevoli sul progetto definitivo del Mose; chi riceveva tutti quei soldi era “consapevole” della loro natura illecita; sono tutti nomi di gente già super-pagata e super-stipendiata.
Ho parlato di “guerra”, e infatti sui giornali del Nord-Est scrivevo pochi giorni o poche settimane fa degli ultimi suicidi, imprenditori che aspettavano soldi dallo Stato e non ricevendoli mai si sono ammazzati, chi sparandosi in testa, chi buttandosi dal settimo piano. Tutti amici miei, scusate il turbamento di questo articolo. I super-lavoratori super-onesti dovevano contentarsi di guadagnare zero, o anche di rimetterci, perché in giro non ci sono soldi. Ma i personaggi più in alto coinvolti nella nuova tangentopoli veneta son gente che già straguadagnava ogni mese con i puri stipendi. Se han fatto quello di cui sono accusati (ripeto: se), perché l’han fatto? Quando hanno arrestato il presidente di una grande cooperativa di sinistra, i dipendenti piangevano chiedendogli: “Compagno, ma avevi uno stipendio di due milioni all’anno, non ti bastavano?”. Qui, stavolta, sono coinvolti dirigenti super-pagati di destra e di sinistra, quel che ricevono ogni mese è un privilegio sul quale noi ci domandiamo se sia giusto o ingiusto, e invece loro lo moltiplicano con mazzette e tangenti? Cioè, se le notizie restano così, “facendo la cresta” sui costi già enormi che la comunità paga, soffrendo piangendo e morendo, per le grandi opere che loro stessi approvano e costruiscono? Se le notizie restano così, allora questi personaggi non approfittano delle grandi occasioni di lucro che l’attività politica gli mette a disposizione. No, loro, queste occasioni, le creano, e cioè: fanno politica per crearsi quelle occasioni. C’è chi l’Expo l’ha pensato per questo, e chi ha pensato per lo stesso scopo il Mose. L’Expo doveva essere una soluzione, per rilanciare l’Italia. Il Mose pure, per salvare Venezia. Due medicine. Due terapie. Ma Milano e Venezia e tutta l’Italia sono un corpo malato, per il quale si pone questo drammatico problema: non puoi applicargli terapie pesanti, perché muore. È giunto il momento che ci mettiamo in testa questo concetto elementare: l’Italia è un paese che non può permettersi grandi opere con grandi appalti e grandi costi miliardari, perché deve sempre mettere in conto che una parte dei miliardi che quelle opere smuovono vanno a finire in tasca ai ladri, ai potenti non-onesti, ai plenipotenziari corrotti. La corruzione-concussione non è più un evento raro ed eccezionale, che fa irruzione imprevista nella cronaca e ci lascia tutti di stucco: ormai è connaturata alle grandi opere, è progettata e pensata in modo da essere attiva già prima dell’assegnazione degli appalti. Tu vari la grande opera, e la corruzione-concussione è già scattata. Poiché la tangentopoli veneta non è la prima, vien da chiedersi: ma la prima non è stata una lezione? No, non lo è stata. C’è qualcuno che è già stato coinvolto in accuse e condanne, ma ci ricasca. Evidentemente, il gioco vale la candela. La punizione, se ti scoprono, è irrisoria, e il lucro è enorme. Se ti va dritta o semi-dritta, fondi una dinastia. È per questo che in Italia non ci possiamo permettere le grandi opere. L’Expo doveva onorarci, e invece ci infanga in faccia al mondo. E adesso Venezia fa il bis.  Era meglio non fare l’Expo. Era meglio non fare il Mose.

lunedì 16 giugno 2014

L'inno di Mameli disegnato da Ugo Sajini

L'inno di Mameli
disegni di Ugo Sajini









Testo dell'Inno Nazionale

 Fratelli d'Italia L'Italia s'è desta, Dell'elmo di Scipio S'è cinta la testa. Dov'è la Vittoria? Le porga la chioma, Ché schiava di Roma Iddio la creò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L'Italia chiamò.
Noi siamo da secoli Calpesti, derisi, Perché non siam popolo, Perché siam divisi. Raccolgaci un'unica Bandiera, una speme: Di fonderci insieme Già l'ora suonò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L'Italia chiamò.
Uniamoci, amiamoci, l'Unione, e l'amore Rivelano ai Popoli Le vie del Signore; Giuriamo far libero Il suolo natìo: Uniti per Dio Chi vincer ci può? Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L'Italia chiamò.
Dall'Alpi a Sicilia Dovunque è Legnano, Ogn'uom di Ferruccio Ha il core, ha la mano, I bimbi d'Italia Si chiaman Balilla, Il suon d'ogni squilla I Vespri suonò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L'Italia chiamò.
Son giunchi che piegano Le spade vendute: Già l'Aquila d'Austria Le penne ha perdute. Il sangue d'Italia, Il sangue Polacco, Bevé, col cosacco, Ma il cor le bruciò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L'Italia chiamò
fonte www.quirinale.it 

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L'Humour di Ugo Sajini

domenica 15 giugno 2014

Ritratto di Arnaldo Pomodoro

Il 4 maggio su la Repubblica un grande ritratto di Riccardo Mannelli
e l'intervista di Antonio Gnoli
ad Arnaldo Pomodoro 
 

Pomodoro: "Amavo mio padre ma l'avrei ucciso, spariva cercando avventure"
 di ANTONIO GNOLI
La forma è tutto. Le mani sono tutto. Guardo quelle di Arnaldo Pomodoro. Grandi. Solide. In un certo senso misteriose. Le incrocia come ali di un angelo caduto. Penso che tutta la vita di questo artista sia stata all'insegna di un doppio movimento: la felicità esibita e l'infelicità nascosta. Il pubblico e il privato. L'esterno e l'interno.
Polarità che in uno scultore come lui hanno agito, scavato, combattuto. Guerra di confine, verrebbe da dire. Lo ascolto mentre parla tra le sonorità museali della sua Fondazione. Voce suadente. Innocentemente perduta dietro ricordi che non ricordano e che sono qui a dire di lui e a non dire. Ambiguità umana? Forse. Pomodoro trascina la memoria come Madre Coraggio la sua carretta.
C'è fatica, attrito, sofferenza trattenuta dietro i modi gentili con cui porge al visitatore la sua versione di vita: "Ho quasi 88 anni e la sensazione di averli vissuti in una perenne oscillazione tra la ricerca di un mondo impossibile, quello artistico, e il mondo reale consegnato alla durezza e alla delusione. Qualche volta i due mondi hanno combaciato. Creando l'effetto ottico di un'armonia voluta, sperata, ma al tempo stesso insidiata".
Da cosa?
"Dall'idea che niente può durare a lungo. Sorvolo sugli effetti fisici di un'affermazione del genere. Ma quelli psicologici pongono di fronte a un'idea che insieme mi affascina e mi fa orrore: il limite. Un artista non può fare a meno del limite e della possibilità interiore di trasgredirlo. È sempre stato così per me. Fin dai primi sogni da ragazzo".
Come si ricorda?
"Ero timido, introverso, spaventato all'idea che quanto segretamente desideravo potesse essere ostacolato dalla famiglia".
Oppressiva?
"Non in quel senso. Votata alle scelte concrete. Il nonno paterno era un medico veterinario e farmacista. Inventò una medicina per la cura di una malattia che faceva morire le mucche. Possedevamo della terra che dava da mangiare a tutti e permise a mio padre di non fare mai nulla".
Nel senso?
"Era un uomo ozioso. Detestava ogni forma di lavoro. Lo zio, presidente di corte di cassazione a Roma, parlava di lui con disgusto. Si chiedeva come era stato possibile che un soggetto del genere fosse scaturito dalla famiglia Pomodoro".
La pecora nera.
"Più che nera, folle. L'amavo, ma l'avrei ucciso. C'era da vergognarsi ad essere suoi figli. Un fannullone che quando poteva spariva per settimane. Mollava la famiglia. Gli piaceva la vita facile e avventurosa. Quando conquistammo la Somalia si lasciò inghiottire da quelle terre. Non lo vedemmo più per due anni".
Non ne parla con risentimento.
"Era un sognatore. Il suo lato migliore. Nonostante non avemmo mai un buon rapporto, quando capì i miei tormenti, legati a cosa avrei dovuto fare della mia vita, mi disse con grande semplicità: non fare in modo che distruggano i tuoi sogni".
E cosa sognava?
"Sognavo in continuazione i castelli di sabbia. Quella bellezza effimera e infantile che talvolta costruivo sulla spiaggia adriatica. Qualche tempo dopo quella pulsione si sarebbe trasferita nell'argilla".
Accennava alla concretezza familiare.
"Finite le medie avrei voluto iscrivermi al liceo artistico. Mia madre e mio nonno pretesero una scuola che desse reali sbocchi professionali. Fu così che alla fine mi ritrovai con il diploma di geometra. Studiai a Rimini, durante la guerra".
Dove era nato?
"A Morciano di Romagna, di lì veniva mia madre. L'ultimo anno di guerra, l'inverno del 1944, fu durissimo. C'eravamo trasferiti a Pesaro. Il solo passatempo erano le lunghe passeggiate lungo il mare alla ricerca degli ossi di seppia, che in seguito sarebbero diventati importanti nel mio lavoro di scultore".
Quando decise di diventare scultore?
"In pratica dopo il mio incontro con Lucio Fontana. Nel frattempo, era l'autunno del 1953, c'eravamo trasferiti a Milano. Lavoravo per il genio civile. Ma già nel tempo libero creavo monili, decorazioni. Fontana ci vide del talento. Mi sentii gratificato da quest'uomo gentile, dalla sua dedizione ai giovani e da un'arte che non aveva eguali. Compresi pienamente l'importanza del suo lavoro quando andai in America, nel 1959".
Cosa la portò lì?
"Una borsa di studio. Restai tre mesi. Si aprì un mondo che non immaginavo. Poi, nel 1962, firmai il mio contratto con la Marlborough Gallery che determinò la mia ascesa negli Stati Uniti".
Che ambiente trovò?
"Straordinario. Feci subito amicizia con Louise Nevelson. Grazie a lei conobbi i grandi che allora si affermavano: non Jackson Pollock che era già morto; ma Robert Rauschenberg, un uomo molto alla mano, Jasper Jones, un essere chiuso e solitario; Franz Kline, il più anticonformista. Per tutti loro la fine della guerra fu un'esplosione di creatività".
Come guardavano agli artisti italiani?
"Passavamo dall'essere degli sconosciuti a un momento di interesse. Grazie ad Afro, che era stato in America fin dagli inizi degli anni Cinquanta, l'arte italiana cominciò a suscitare curiosità. E poi ci fu il fenomeno Burri: prigioniero di guerra in Texas, cominciò a realizzare i suoi celebri "sacchi". Nel 1953, con le mostre a Chicago e a New York, Alberto rivelò al mondo americano tutto il suo talento".
Quando lo ha conosciuto?
"La prima volta che lo incontrai fu a San Francisco. Dove insegnavo. Vidi, a un piccolo ricevimento, quest'uomo severo e dolce al tempo stesso. Era il 1966. C'era la contestazione di Berkeley. Non si parlava d'altro. Girava una quantità di marijuana pazzesca. A un certo punto la conversazione si soffermò su un protagonista di quel momento".
Chi?
"Timothy Leary, che stava avendo un'influenza incredibile su tutto il movimento giovanile. La sua predicazione dionisiaca girava tutta intorno a una sostanza allucinogena, allora sconosciuta: Lsd. Fu il primo, in assoluto, a unire spettacolo, politica e rivoluzione. Viaggiava nel suo autobus psichedelico e si atteggiava a Cristo tra i discepoli".
Aveva molta presa.
"Sì, era abilissimo, dotato di un gusto snob e istrionico. Tratti che in un certo senso ho ritrovato in Andy Warhol, la cui rivoluzione artistica fu ben più profonda e duratura".
Si riferisce alla Pop Art?
"E a quello che generò. È stato un fenomeno che non sarebbe mai nato senza Duchamp. Per tutto il movimento figura più importante di Picasso".
Le piace Picasso come scultore?
"Grande. Ma preferisco Brancusi. Per il tipo di lavoro che svolgo senza Brancusi non sarei mai nato. Con lui la forma viene progressivamente distrutta, ma si legge ancora. È un miracolo di equilibrio tra il vedere e la cecità. La stessa emozione "distruttiva" me la provocò Pollock".
Cosa vuol dire "distruggere la forma"?
"Sottoporla al movimento, all'attrito del tempo. Sono convinto che nella relazione segreta tra la forma e chi la compie si riveli il perché sia stata realizzata in quel modo ".
Si chiama necessità?
"Il grande artista è colui che segretamente conosce tutto questo. Penso a Paul Klee".
Perché Klee?
"Gli devo la scoperta dell'interiorità, del profondo che c'è in ciascuno di noi. Era un genio assoluto. Con quattro semplici segni esplorava il mondo".
Vengono in mente le sue Sfere.
"Ho sempre pensato che la sfera ha una sua energia misteriosa. La sua presenza crea un altro spazio. O meglio trasforma quello esistente ".
Un'energia che arriva da dove?
"Dal suo interno. La perfezione di una sfera non sta nella sua chiusura inviolabile, ma nell'immaginarla aperta. Dovevo realizzarla come un tutto tormentato e corroso. Dunque aperta, sino al punto che il suo interno dialogasse o ferisse la superficie esterna".
Sembra Fontana.
"Anche a lui devo molto".
L'oggetto d'arte non riposa sulla quiete?
"No, sarebbe la sua morte. La forma è movimento. Lo capì perfettamente Boccioni, il primo grande artista della scultura novecentesca".
È curioso che un artista come lei, così dedito al movimento, abbia poi dato vita a una Fondazione.
"Che c'è di strano?".
Le fondazioni di solito celebrano l'artista scomparso. In vita rischiano di imbalsamare il suo lavoro. Come si fa a fondare l'infondabile, cioè l'arte?
"È un bel problema, capisco. Ma non ho figli e ho sempre nutrito l'ambizione di creare qualcosa di stabile attorno al mio lavoro. Mi rappresenta e ciò mi basta".
La ritiene una forma di potere?
"Ho i miei dubbi che un artista sia un uomo di potere. Anche se con esso deve scendere a patti: gli ordini, un tempo si chiamavano committenze, arrivano dalle istituzioni pubbliche, dalle grandi aziende, raramente da singoli individui".
Come giudica l'attuale arte contemporanea?
"È fatta per lo più di pura apparenza. Interessa persone che amano l'originalità, ma non la profondità della forma. Sono vecchio. Mi interessa toccare la materia".
Cosa intende per profondità della forma?
"Che il messaggio spesso cambia, ma la forma resta".
Le piace l'arte di suo fratello, Giò Pomodoro, anche lui scultore?
"Venivamo da sensibilità differenti. Esperienze, in parte almeno, diverse".
Come sono stati i vostri rapporti?
"Non sempre facili. Però alla fine il legame con lui si è chiuso benissimo. Prima di morire mi disse: ho ritrovato un fratello".
Vi eravate persi?
"La vita a volte divide e genera fraintendimenti e dolori. Ma occorre rispetto verso chi non c'è più".
Cos'è che vi ha più allontanati?
"Forse la politica. Ed è strano provenendo dalle stesse idee. Solo che le sue erano il frutto di una fedeltà al comunismo. Un'ortodossia che non ho mai condiviso".
Si sente libero?
"Libero di amare e di ferirmi".
È strano, ma tutto il suo lavoro, da un certo punto di vista, sembra una richiesta di aiuto: capire meglio cosa si agita nel suo mondo interiore.
"Forse è vero. Nel mio lavoro metto anche le mie contraddizioni".
Un modo di risolverle?
"Di renderle pubbliche. Faccio un po' fatica a parlare di questo argomento. Ogni tanto mi capita di avere un rigetto dell'opera che realizzo. Ci sono dei giorni storti in cui vedo solo i difetti di un lavoro compiuto".
La crisi di un artista è anche crescita.
"Sono spesso in crisi. La sento montare da dentro. Me ne accorgo perché mentre realizzo una cosa, percepisco che potrei farla in mille altri modi diversi. Questa è insieme la forza e la fragilità di un artista".
Forza e fragilità non sono quasi mai in equilibrio.
"Per questo alcuni ricorrono alla psicoanalisi".
Lei ha mai fatto analisi?
"La prima volta che mi ci hanno mandato capii che ero io a psicoanalizzare lui e non viceversa".
Quando è accaduto?
"Tantissimo tempo fa. Ero un ragazzo che non capiva più bene cosa stesse facendo. Ero il frutto di una fantasia".
Un'energia che non trovava forma?
"Le idee che non si realizzano sono quelle che alla lunga uccidono".
E cosa sono queste sue idee?
"Qualcosa che cresce in me, che vedo solo io e che non posso spiegare. È un processo faticosissimo. A volte mi dicono: beato te che fai questo mestiere. Ma davvero si può pensare che le idee nascano spontaneamente? Il mio lavoro è il frutto di mille complicazioni. È il vero e il sogno".
Qual è la distinzione?
"Un artista rinuncia a tracciare un confine".
Lei sogna?
"Dormo in un'agitazione permanente. E questo secondo me significa che sogno molto. Ma alla fine non ricordo nulla. Tranne un sogno che ricorre".
Quale?
"Io bambino che gioco nello slargo di una piazzetta medievale con altri della mia età. Rincorriamo una sfera. Soccombo. E poi vedo la sfera precipitare giù per le scale e vengo preso dall'angoscia terribile che si rompa. So che è la mia prima sfera che realizzai per il tetto del padiglione di Montreal nell'Expo del 1967. E quella sfera invece di rompersi finisce nell'acqua e galleggia".
Che lettura ne dà?
"Ci vedo una specie di nascita. Quella sfera è una cosa mia, ma come se non l'avessi partorita io. Penso che somigli al destino dell'artista: quello che fa gli può appartenere solo attraverso gli altri".



Nota :

 Per iniziativa di Arturo Carlo Quintavalle, Arnaldo Pomodoro ha donato nel 1990/1991  al CSAC dell'Università di Parma una settantina (tra sculture e disegni) di opere dal 1956 al 1960, che furono presentate in una esposizione al Palazzo della Pilotta e successivamente collocate nell'Aula Magna e in altri spazi dell'Università. 

  •  http://fondazionearnaldopomodoro.it/artists/pomodoro
  •  http://www.archimagazine.com/rparmiggiani.htm
  •  http://it.wikipedia.org/wiki/Arnaldo_Pomodoro


sabato 14 giugno 2014

Buduàr 13



COPERTINA DI DANILO PAPARELLI

UN MOVIMENTO, NON TELLURICO, NON MALPANCISTICO
Buduàr è un prodotto di nicchia, questo lo sappiamo sin dall’inizio, però è in grado di captare e intercettare grandi energie e talenti di collaboratori che definiamo il meglio di quanto possa rappresentare il genere legato alla grafica umoristica.
Non seguiamo la moda non avendo l’obiettivo di vendere a tutti i costi e perseguiamo un nostro percorso che vogliamo condividere, sempre più, con tutti gli amanti di questo genere, che ripetiamo essere di nicchia.
E le collaborazioni che continuano ad arrivare, anche più numerose del previsto, ci rincuorano e ci esortano a proseguire nel nostro cammino, ad ogni numero meno solitario.
Con l’antenna recettiva, non certo per merito personalistico, cerchiamo di captare le onde che muovono intorno al genere, allargando spesso l’orizzonte anche a campi limitrofi e affini che ben si sposano con la filosofia del progetto editoriale. 
Una commistione di generi che non crea tendenza ma aggregazione, figlia forse dei movimenti artistici che hanno attraversato il continente nel Novecento attraverso flussi artistici che hanno saputo poi trovare la loro via. E l’umorismo e la satira erano ben presenti anche in quegli anni, con artisti che hanno saputo esprimere le loro capacità utilizzando sistemi di comunicazione affini e mai distanti. Viene in mente il caso di Aroldo Bonzagni, splendido pittore ma anche illustratore e vignettista, uno dei primi cinque fondatori del movimento futurista con Marinetti, poi sostituito da altri che diventeranno più famosi di lui. Ma Bonzagni è esistito ed è stato un esponente della primissima ora, con il suo talento e il suo senso dell’umorismo che ha manifestato attraverso caricature e disegni pubblicati sui giornali.
Non stupisce infatti i nostri lettori che talvolta ci siano articoli dedicati a figure artistiche legate all’ironia o che vi siano reportage che raccontano di mostre di pittura o la Biennale di Venezia. Tutto questo è contiguo alla ricerca dell’arte leggera che si manifesta in campi che spaziano in tipologie differenti.
E siamo fieri che grandi artisti come Lovergine, Contemori, Cavallerin, Marcenaro (e davvero l’elenco dovrebbe comprendere tutti  gli artisti che si alternano sulle pagine del nostro giornale perché scegliamo con cura e amore ogni pezzo). I collegamenti internazionali, le pagine dedicate al sorriso anche attraverso lo scritto o le immagini, di qualsiasi forma, soddisfano la nostra curiosità. Per questo piace paragonare Buduàr ad un movimento, spinto dalla curiosità del conoscere. Un movimento che non ha esigenze legate al mercato ma all’idem sentire, termine latino forse talvolta abusato dalla politica, ma che ha radici profonde nella cultura. 
E come sempre sono molte le novità che si susseguono ad ogni numero, cercando sempre una legame stretto tra il nuovo e il classico, con artisti (perché questo davvero sono i collaboratori del giornale, a dispetto di chi li vorrebbe semplici esecutori) che superano il concettuale e trovano pace in qualcosa di più grande, quella  forma di comunicazione che per natura stessa anticipa o vede oltre, talvolta di lato, restando perfettamente calata nel suo tempo, un tempo che non ha confini e che deborda ogni volta non per stupire i borghesi (termine caro ai dadaisti di cui per certi aspetti siamo figli) ma per accoglierli. Del resto il concetto stesso di borghesia è cambiato nel corso dei decenni ed oggi non è più possibile stupire, tali e tante cose si sono manifestate ai nostri occhi.  Lo stupore vero è nel sorriso, di questo siamo convinti.
E l’amico Franco Bruna ci ha fatto sorridere per anni. Ci ha lasciato, come Franco Origone un mese prima, all’improvviso. 
Ma resteranno con noi, nel cuore e sulle pagine di Buduàr.
(Dino Aloi, dall'editoriale del numero 13)
In questo numero:
Dino Aloi, Mirko Amadeo, Pietro Ardito, Gianni Audisio, Pierre Ballouhey, Carlo Baffi, Antonio Botter, Franco Bruna, Monica Bruna, Battì, Gian Paolo Caprettini, Luciano Caratto, Athos Careghi, Sergio Cavallerin, Giorgio Cavallo, Gianni Chiostri, Lido Contemori, Milko Dalla Battista, Marco De Angelis, Umberto Domina, Franco Donarelli, Maurizio Fei, Chiara Gatti, Guido Giordano, Emilio Isca, Gianlorenzo Ingrami, Benito Jacovitti, Cesare Lomonaco, Mario Lovergine, Boris Makaresko, Ro Marcenaro, Ruggero Maggi, Fabio Magnasciutti, Melanton, Claudio Mellana, Aldo Mola, Paolo Moretti, Gaspare Morgione, Marilena Nardi, Angelo Olivieri, Franco e Agostino Origone, Andrea Pecchia, Omar Perez, Franco Oneta, Danilo Paparelli, Passepartout, Umberto Romaniello, Robert Rousso, Giuliano Rossetti, Marta Saijni, Ugo Saijni, Placido Antonio Sangiorgio, Francois San Millan, Doriano Solinas, Carlo Squillante, Sergio Staino, Achille Superbi, Assunta Toti Buratti, Lucio Trojano, Pietro Vanessi, Firuz Kutal, Fabrizio Zubani.
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giovedì 12 giugno 2014

La Sinistra Europea e Barbara Spinelli


Uno strepitoso tarocco di Tonus  ed altre vignette per capire meglio il caso Barbara Spinelli.
Risate a denti stretti - Marco Tonus
cliccare qui per vedere ingrandita l'intestazione




Barbara Spinelli ci ripensa…




Riverso

 
Riflessione



 La vignetta oggi su il manifesto. E anche il bel fondo di Norma Rangeri: “Il “caso Spinelli” guadagna in questi giorni titoli a tutta pagina negli stessi giornali che avevano derubricato a cronaca marginale la novità politica della Lista Tsipras alle ultime elezioni europee. Nulla di più di quel che già sapevamo sul pluralismo politico dei mezzi di informazione (scritta e televisiva). Tuttavia il “caso Spinelli” è invece un utile pretesto per capire il molto che c’è da cambiare nel nostro campo politico. Le aspre reazioni alla scelta del prestigioso cognome di andare a Strasburgo (dopo aver lungamente spiegato agli elettori perché avrebbe lasciato ad altri il seggio parlamentare), confermano le difficoltà del progetto unitario della sinistra radicale.
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Non è a Parigi, non è un'infame. Tutta la verità su Barbara Spinelli de L'Altra Europa con Tsipras e sul suo silenzioDario Campagna

Spinelli: “fatti” non foste?

Quanti, come me, proprio non gliela fanno più a rincorrer farfalle come le vispeterese che “…tutte giulive, stringendola viva, gridavano a distesa: l’ho presa, l’ho presa…”? Sarò pur…Barbara anch’io, ma se parliamo d’Europa nella sua totalità politica allora mi pare che questa abbia bisogno (finalmente) d’una sinistra univoca da poiché si sta parlando di 500milioni d’europei sparsi su una superficie che s’aggira attorno agli 8milioni di chilometri quadrati! Poi, nel proprio Paese (che non si vorrebbe definire “proprio orticello”) ciascuno è ovviamente libero di definire, formattare, costituire il tipo di sinistra che più s’armonizza con l’idea che s’ha di “sinistra e basta” al fine di poter scientemente gridare: l’ho presa, l’ho presa…
Ma in Europa no, per piacere no. Facciamone una sola che viaggi per conto suo e che fin da prima d’essere eletta, pur avendo pesantissimi dubbi sul raggiungimento del quorum al 4%, già aveva le idee ben chiare nel dove collocarsi: sicuramente, pur stimandolo, non col PD e dunque non col Partito del Socialismo Europeo (Pse) ma con il Gruppo Confederale della Sinistra Unitaria Europea/Verde Nordica (Gue/Ngl).
Per dirla in chiaro: non corrisponde al vero che chi alle politiche votò Sel, per l’Europa votò senz’altro Tsipras, ma ci sono moltissime probabilità, visti i recenti fatti elettorali,  che chi alle politiche non votò Sel alle Europee abbia votato Tsipras…
9 giugno 2014




fabiomagnasciutti

http://www.repubblica.it/politica/2014/06/08/news/spinelli-88397337/

giovedì 5 giugno 2014

Il ritratto di Maya Angelou di Horacio Cardo

Hello, Raffaella, I was very impressed by the story and life of Maya Angelou, so I decided to portrait her with her sad singing bird. Please find it attached to this letter and good luck with your article.
Horacio Cardo 


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Il sito di Horacio Cardo
 http://en.wikipedia.org/wiki/Horacio_
 Horacio Cardo". National University of La Plata, Argentina.


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